LNotizie-Seveso/3. Al Bosco delle Querce il ricordo: cinquant’anni dopo, cittadini e istituzioni guardano avanti, ma la memoria è ancora viva

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(LNotizie – Seveso/MB, 10 lug) C’è chi osserva da lontano, in silenzio. Per strada, o sulla soglia delle case, prima che le Forze dell’ordine facciano chiudere i cancelli delle residenze private. Chi da dietro le finestre dei condomini di via Ada Negri, l’area di Seveso che è separata dal Bosco delle Querce dal torrente Certesa. Un gruppo di casette basse, arancioni, con le tapparelle verdi tirate giù perché il sole è già alto. Nei cortili c’è chi nel luglio del 1976 era un bambino e, oggi, ha i capelli bianchi. Si avvicinano piano alla tensostruttura allestita per il cinquantesimo anniversario del disastro dell’Icmesa, dove le sedie si riempiono lentamente. Arrivano cittadini, amministratori, rappresentanti delle istituzioni. Arrivano soprattutto loro: i testimoni di una ferita che mezzo secolo non ha cancellato.

Dove un tempo c’erano le aree più contaminate oggi cresce un’area verdissima, il parco naturale del Bosco delle Querce, recentemente insignito del ‘Marchio del patrimonio europeo’. Alberi, sentieri, famiglie che vengono qui a passeggiare nei fine settimana, come si farebbe in un qualunque parco. Ma la consapevolezza che questo non sia un luogo qualunque, bensì un posto nato da una profonda ferita, si respira soprattutto in giornate così importanti. Anche adesso che l’intero parco è diventato simbolo di rinascita.

L’odore dolciastro e l’orto distrutto – “Avevo 10 anni – racconta Cristina, che nel condominio di via Negri vive da più di 30 anni – e ricordo che mia madre aveva l’orto, i conigli. Fu tutto distrutto, gli animali portati via per la paura che fossero contaminati. Ricordo i tecnici della Regione che giravano per i campi dietro alle case, ma soprattutto ricordo l’odore, terribilmente dolciastro, ti rimaneva addosso. Da quel giorno tutto ciò che aveva a che fare con Seveso, cittadini compresi, era considerato contaminato”.

La colonia in Abruzzo – Si avvicina Monica, anche lei qui da sempre: “Mio padre – ricorda – ci fece tirare subito giù le tapparelle, si era accorto della nube, sulle finestre c’era una patina umida. Eravamo piccoli, ci mandarono in colonia per non farci stare qui. Io andai in Abruzzo con altri bambini e ricordo che, appena scesi dal pullman e per i giorni seguenti, ci circondava il rifiuto di tutti. Dicevano che eravamo contaminati, i genitori raccomandavano ai bambini del posto di non toccarci. E noi non capivamo bene perché, ma ci vergognavamo tantissimo”.

Mentre la tensostruttura si riempie, il vociare delle persone aumenta e così i racconti di chi c’era. Quel sabato di luglio è rimasto nel ricordo di tutti, di molti che il 10 luglio del 1976 stavano per partire per le vacanze o erano già al mare. Molti di loro non sapranno nulla di quanto è successo per almeno quindici giorni, il tempo per far sì che l’azienda ammetta quanto è avvenuto.

Sul grande schermo scorrono le immagini del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana che assistono al flash mob davanti al grande pioppo, l’albero sopravvissuto all’incidente, diventato il simbolo della continuità, della vita che va avanti. Oggi è ufficialmente inserito nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia: i documenti ufficiali sono stati presentati dalla Direzione generale Territorio e Sistemi verdi di Regione Lombardia, che ne ha riconosciuto i criteri di età (70 anni) e dimensioni (un fusto di 4 metri e mezzo, 30 metri di altezza).

L’inno di Mameli – Pochi minuti dopo Sergio Mattarella e Attilio Fontana arrivano alla tensostruttura. Con loro anche il presidente del Senato Ignazio La Russa. L’emozione viene scandita dagli applausi che ne accompagnano l’ingresso. E si diffonde l’inno di Mameli, suonato dal Corpo bandistico ‘La Cittadina’ di Seveso e cantato dal coro degli alpini. Presente il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin. Ci sono anche gli assessori regionali Gianluca Comazzi (Territorio e Sistemi verdi), Romano La Russa (Sicurezza e Protezione civile), Giorgio Maione (Ambiente e Clima), i sottosegretari Raffaele Cattaneo (Relazioni internazionali ed europee) e Mauro Piazza (Autonomia e Rapporti con il Consiglio). Il coro, sussurrato da tutti i presenti, enfatizza la sensazione che oggi, in un venerdì caldissimo di luglio, l’Italia intera si stia stringendo, cinquant’anni dopo, ai cittadini di questa zona. A chi era bambino o non era ancora nato, ma anche a chi invece era già adulto quando, in un sabato estivo del 1976, la nube di diossina avvolse lo stesso cielo sotto cui ci troviamo oggi.

Il fatalismo di chi è rimasto qui – “Questi alberi – racconta Ivan, che all’epoca dell’incidente aveva solo sei mesi – per noi sono soprattutto memoria. Non che ce ne sia bisogno, perché siamo cresciuti con i racconti di nonni e genitori. E, se posso, un po’ di paura ancora c’è. Non abbiamo mai pensato di andare via però, un po’ perché questa è casa nostra. Un po’ perché ai tempi non c’erano i soldi e nemmeno la mentalità per trasferirsi. Si accettava quello che c’era, con un po’ di fatalismo”.

La bambina e la nonna – Natalia Rossi e Giovanni Borroni sono i genitori dell’attuale sindaco di Seveso, Alessia Borroni, che interviene insieme al presidente della Regione Lombardia per i saluti istituzionali. “Alessia aveva solo due anni – racconta la madre del primo cittadino – e ai tempi io lavoravo, così lei stava dalla nonna, in un’area a rischio di contaminazione. Così la allontanarono per tutto il resto dell’estate, andò con la nonna in Liguria, non ricordo se a Pietra o Finale Ligure. Anche se era solo una bambina, ha sempre detto di avere una memoria di quel periodo. Chissà, forse anche per tutti i racconti che c’erano in casa. O per la paura che, nonostante tutto, non ha abbandonato per anni questi luoghi”.

Nella tensostruttura l’unico rumore prima dei saluti istituzionali è quello dei condizionatori e degli scatti delle macchine fotografiche.

I cittadini sono qui perché, al di là della presenza delle istituzioni giunte a commemorare chi allora visse la paura, proprio la paura sensazione ha creato un precedente giudiziario:  il riconoscimento del danno morale, definito patema d’animo, per i cittadini che hanno vissuto temendo   di subire gravi ripercussioni sulla salute a causa della nube tossica.  A quella sensazione di paura di ieri, oggi, si accompagna la speranza che ci sia stata davvero una svolta.

Il diciottesimo compleanno il giorno della tragedia – Ma la commozione arriva con la narrazione teatrale dei cittadini. Le loro testimonianze, i ricordi, le sensazioni. “Dove una volta c’era la mia casa – racconta Giuliana Zorzi, una delle testimoni più emozionate, residente in una delle zone più contaminate – oggi c’è il Bosco delle Querce. Il 10 luglio 1976 era il giorno del mio diciottesimo compleanno. Diventavo adulta nel giorno in cui tutti  siamo stati travolti da una tragedia più grande di noi. Ancora adesso, quando vengo da queste parti, cerco con gli occhi e con il cuore la via dove abitavo, che fu demolita. La cerco nei ricordi, lì ci sarà per sempre”. (LNotizie)

mms

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