La direttrice della Neonatologia e la responsabile dei Servizi sociali spiegano le tutele previste dalla legge. In ospedale assistenza sanitaria per la donna e cure immediate per il bambino, anche in assenza di un regolare permesso di soggiorno
(LNotizie – Milano, 16 ott) “È fondamentale che le donne in gravidanza sappiano che possono partorire in sicurezza e in anonimato in ospedale, anche quando non hanno un regolare permesso di soggiorno. La legge italiana tutela la madre e il neonato e questa è la scelta più sicura per entrambi”. La professoressa Monica Fumagalli, direttrice della Terapia intensiva neonatale e Neonatologia del Policlinico di Milano, richiama l’attenzione su un diritto che tutte le donne devono conoscere e poter esercitare, anche nei momenti di maggiore difficoltà.
Partorire in ospedale senza riconoscere il proprio bambino è una possibilità prevista dall’ordinamento italiano, che consente alla donna di mantenere l’anonimato e garantisce al neonato un percorso di tutela sanitaria e giuridica. Un tema tornato al centro dell’attenzione dopo la vicenda del piccolo Leone, trovato a Cinisello Balsamo, che ha suscitato una grande mobilitazione e numerose manifestazioni di solidarietà.
“Partorire in anonimato – spiega Fumagalli – significa innanzitutto essere accolte e assistite. Alla mamma vengono garantite le cure ostetriche necessarie durante il parto, mentre il neonato viene immediatamente preso in carico da personale sanitario specializzato e riceve tutte le cure di cui ha bisogno. Non c’è soltanto la tutela della salute: c’è anche quella del bambino, attraverso un percorso che gli permetta di essere accolto e accompagnato verso una nuova famiglia”.
Il ruolo dei servizi sociali – Accanto all’assistenza sanitaria, un ruolo fondamentale è svolto dai servizi sociali, che accompagnano le donne in difficoltà e contribuiscono a garantire la protezione della madre e del bambino. La dottoressa Alessandra Spinelli, responsabile dei Servizi sociali del Policlinico di Milano, sottolinea che il diritto al parto in anonimato è riconosciuto a tutte le donne, comprese quelle straniere prive di un regolare permesso di soggiorno.
“Tutte le donne in gravidanza – afferma Spinelli – possono venire a partorire in ospedale, in qualsiasi ospedale, in totale sicurezza e segretezza. La legge italiana tutela la madre e il neonato: questa è la scelta più sicura per entrambi. Se la donna decide di non riconoscere il figlio, il bambino viene inserito in un percorso di tutela giuridica che può condurre all’adozione”.
La scelta di non riconoscere il neonato può nascere da situazioni personali e familiari molto diverse, talvolta particolarmente dolorose. Per questo è importante che la donna non si senta sola e sappia di poter contare su professionisti in grado di ascoltarla, informarla e accompagnarla. Il mancato riconoscimento avvia un iter specifico, sotto la responsabilità delle autorità competenti, per garantire al bambino una famiglia idonea attraverso il percorso previsto dalla legge.
Il nome – Quando la donna è certa della propria decisione, si procede secondo un iter ben definito. La denuncia di nascita viene generalmente presentata dall’ostetrica e al neonato vengono attribuiti un nome e un cognome. “Il nome dato in ospedale rimarrà al bambino, mentre il cognome verrà successivamente modificato. È importante chiarire anche che nomi come Leone, Mario o Enea, attribuiti in passato a neonati ritrovati, possono essere assegnati dalla struttura ospedaliera per dare loro un’identità iniziale. Successivamente, l’anagrafe del Comune attribuisce al bambino una nuova identità, tutelandone così la riservatezza”.
Culle per la vita e servizi di supporto – Esistono inoltre situazioni in cui una donna, anche dopo il parto, può trovarsi in grave difficoltà e non sentirsi in grado di occuparsi del neonato. In questi casi è essenziale chiedere aiuto, rivolgendosi ai servizi sociali e alle strutture sanitarie, per conoscere le possibilità di sostegno disponibili.
“Le mamme in difficoltà devono sempre fare riferimento ai servizi sociali – conclude Fumagalli – proprio per capire quali sono le possibilità di supporto e di aiuto che possono ricevere. Le culle per la vita rappresentano un’ulteriore possibilità di accoglienza, pensata per tutelare la salute del neonato e l’anonimato della madre, ed evitare gesti estremi come l’abbandono”.
Informare su queste possibilità significa offrire un’alternativa sicura all’abbandono e ricordare che, anche nelle circostanze più difficili, esistono strumenti concreti per proteggere la salute e la vita dei bambini e garantire alle donne assistenza e riservatezza. (LNotizie)
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contiene interviste alla
– professoressa Monica Fumagalli, direttrice della Terapia intensiva neonatale e Neonatologia del Policlinico di Milano;
– dottoressa Alessandra Spinelli, responsabile dei Servizi sociali del Policlinico di Milano.
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