Davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio, nel cuore di Milano, le persone iniziano ad arrivare molto prima dell’orario previsto per la cerimonia funebre. Sono in molti a voler rivolgere l’ultimo saluto a don Antonio Mazzi, sacerdote, instancabile comunicatore e fondatore di Exodus, la comunità dedicata al recupero delle persone con dipendenze che negli anni è diventata un simbolo di accoglienza, solidarietà e speranza per i più fragili.
Il ricordo e il cordoglio di Regione Lombardia
Anche Regione Lombardia è presente. Venerdì, appena appresa la notizia della sua scomparsa, il presidente Attilio Fontana lo aveva ricordato come “un uomo straordinario che ho avuto la fortuna di conoscere, stimare e chiamare amico”. “Nel corso degli anni il nostro rapporto è cresciuto attraverso tanti incontri, confronti ed esperienze condivise. Ho sempre ammirato la sua capacità di guardare oltre le difficoltà, di non arrendersi mai e di restituire speranza a chi la vita aveva messo più duramente alla prova – aveva sottolineato il presidente –. Con lui abbiamo portato avanti iniziative importanti, unite da un’idea semplice ma potente: nessuno deve essere lasciato solo. Il suo esempio, la sua forza e la sua umanità resteranno un patrimonio prezioso per tutti noi”.
Presenti al funerale di don Mazzi Marco Alparone e Guido Bertolaso
Dopo l’esposizione del gonfalone regionale alla camera ardente allestita presso la Fondazione Exodus, lunedì 3 agosto 2026, a Palazzo Lombardia, le bandiere sventolano a mezz’asta. A rappresentare la Regione alle esequie sono il vicepresidente e assessore al Bilancio Marco Alparone, su delega del presidente Attilio Fontana, e l’assessore al Welfare, Guido Bertolaso.
“Vorrei condividere – ha detto Alparone – un ricordo personale: ho avuto l’opportunità di incontrare un uomo che mi ha insegnato quale sia il valore di non lasciare indietro nessuno. Un modo di vivere, il suo, in cui la fede diventa servizio e missione. Sempre dalla parte degli ultimi, e sempre in maniera attenta e concreta“.
La commozione degli ospiti della comunità
I più commossi sono gli ex ospiti della comunità, uomini e donne che sfilano silenziosi sul sagrato di una delle più antiche chiese milanesi. Insieme a loro volontari, educatori, sacerdoti, gente comune che lo ha incontrato solo una volta e conserva per sempre quel ricordo. Più che nostalgia e rimpianto, emerge la gratitudine.
“Sono venuta qui da Voghera – racconta timidamente Anna, che a Exodus ha affrontato, anni fa, un lungo percorso di recupero – perché al don devo tutto: per è stato più di un genitore, perché ha avuto la di non abbandonarmi quando ero più debole. Mi ha insegnato a essere responsabile delle mie azioni”.
Girasoli e calle rosse per ricordare don Mazzi al suo funerale
Un girasole sul feretro, che viene accolto da un lungo applauso, e calle rosse in mano alle decine di volontari che indossano la maglietta blu di Exodus: emozionati e composti, sanno di aver perso, con la morte del combattivo prete veronese, un punto di riferimento. Ma non la speranza nel cambiamento che ha saputo infondere in tutti loro.
“Non faceva domande – spiega Alfredo, volontario di uno dei laboratori educativi di Fondazione Exodus – perché sapeva che una mano che ti tende aiuto non deve giudicare. E forse è questo uno dei più grandi insegnamenti che ci ha lasciato, insegnamento che, ora che lui non c’è più, spero sopravviva nel nostro lavoro”.
L’eredità di un sacerdote impegnato
L’atmosfera, in chiesa, è solenne, ma molto partecipata. Non solo il rito funebre, ma anche i ricordi di chi ha lavorato al suo fianco. Il centro della giornata resta la folla. Una folla eterogenea, che restituisce la misura dell’eredità lasciata da un sacerdote difficile da incasellare, sicuramente un uomo capace di trasformare l’incontro con le persone più fragili in un metodo e in una missione.
“Io non sono credente – dice Fabrizio, uno dei tanti cittadini in coda per firmare il libro delle presenze all’ingresso della chiesa . ma oggi volevo esserci. Perché don Mazzi, per come l’ho sempre visto, era veramente una persona che stava con gli ultimi. Ecco, se penso alla Chiesa, credo che sia così che dev’essere: stare con gli ultimi senza fare differenze. Sono venuto a salutare non solo il prete, ma anche l’uomo che è un esempio per noi tutti”.
Una canzone per ricordarlo insieme
Ed è forse questo il tratto che più ritorna nei racconti raccolti sul sagrato: don Mazzi non viene ricordato soltanto per ciò che ha fatto, ma per come guardava le persone. Senza fermarsi ai loro errori. All’uscita del feretro parte, prima sottovoce, poi a squarciagola, di ‘Io vagabondo‘, la canzone dei Nomadi che il piccolo ma combattivo prete veronese amava. Ed è con la sua canzone preferita che Milano lo saluta.